Tra la fine degli anni Ottanta e il 2011, a Valdisasso, le grandi vicende del mondo risuonano come un’eco lontana attraverso i notiziari della sera. Lungo le strade del paese, nelle valli e sulle pendici delle montagne che lo circondano, si muovono personaggi le cui vite, tese su un filo sottile e tenace quanto il paesaggio alpino, finiranno per toccarsi. Virginia, impiegata schietta e di poche parole, è diventata madre troppo presto. Nicholas, suo figlio, è un ragazzo costretto a crescere senza un padre, e a trovare il suo sostituto in Andrea, un uomo sensibile e innamorato della madre, che lotta per difendere un intero ecosistema dalle bramosie di chi vorrebbe ampliare una cava. Bruno, inquieto e solitario, è un bracconiere ossessionato dalla cattura dell’orso del vallone. Nei boschi che assediano Valdisasso, in seguito a un tragico incidente, i loro destini s’intrecceranno in una storia che affonda le proprie radici nell’isolamento di una valle montana lontana da tutto, un luogo a tratti spietato, ma permeato di un’umanità che conosce l’amore anche se non lo nomina quasi mai. Dopo Come si fanno le cose e Il saldatore del Vajont, Bortoluzzi torna al romanzo per raccontare la montagna e le valli che conosce bene, strette tra le Dolomiti e la pianura, interrogandosi su cosa si può fare quando le persone a noi più care se ne vanno e si è troppo piccoli per dare un nome alla morte, su cosa significa tenere fede a una promessa, su cosa vuol dire prendersi cura di un luogo accanto alle persone con le quali ci troviamo a condividere un pezzo della nostra esistenza. Una storia di montagna dove molte cose crollano ma ciò che resiste brilla come una speranza.