Ricordi di un eremo

a cura di
4° ed.
978-88-317-6849-8
Capolavoro della letteratura del romitaggio, Ricordi di un eremo (Ho¯jo¯ki, 1212) narra della vita
in ritiro di Cho¯mei, dopo aver preso i voti col nome di Ren’in. Sorta di ideale «autobiografia», queste pagine non si fermano ai ricordi personali dell’autore, ma riescono a sintetizzare la complessa temperie culturale del momento, fase di transizione dal periodo Heian, dominato dalla vecchia società aristocratica, a quello Kamakura, contrassegnato dal potere dei militari. La realtà di un’epoca di convivenza e scontro tra valori vecchi e nuovi (l’urbanità cortese del passato, le aspirazioni religiose destinate a caratterizzare la cultura medievale) trova infatti riflesso nelle contrastanti visioni del testo, in cui si esprime il senso della fine di un mondo attraverso la rappresentazione del declino della capitale Heiankyo¯, e ancora il sogno di una via di scampo in seno alla natura intesa come un «altrove» non contaminato dalle miserie del presente, sia essa salvifica via d’accesso al Paradiso d’Occidente, o semplice rifugio contemplativo di uno spirito votato alle arti. Chiave d’accesso a ognuna di queste dimensioni, Ricordi di un eremo non ci permette solo di accostarci ad alcune coordinate essenziali alla comprensione culturale del medioevo nipponico, ma anche a una personalità letteraria che, profondamente affascinata dall’ambiguità della psiche, partecipa alla lucida esplorazione del proprio animo.

Autore

Cortigiano nella prima parte della sua esistenza, eremita a partire dagli anni della maturità, Kamo no Cho¯mei (1155-1216) è un protagonista del periodo di grandi rivolgimenti culturali che, con il passaggio dall’epoca Heian (794-1185) a quella di Kamakura (1185-1333), segna anche l’avvento del medioevo nipponico. Poeta e musicista di talento, prosatore di grande eleganza, Cho¯mei riesce a cogliere nella sua opera alcuni aspetti fondamentali del nuovo clima culturale, sia quando discetta di poesia, sia quando descrive il drammatico momento di decadenza della società in cui vive come in Ricordi di un eremo. Se una visione di matrice buddhista segna nel profondo le pagine dell’ultimo Cho¯mei, altro filo conduttore della sua opera può comunque considerarsi l’estetismo (suki), visto in un primo tempo come vocazione laica e presentato poi, non senza problemi, come forma di purificazione dell’animo e quindi di «devozione» genuinamente religiosa. L’intreccio fra estetismo e aspirazioni religiose dà corpo a una figura di intellettuale, l’esteta-eremita, in cui riconoscere non solo la vicenda umano letteraria dell’autore stesso, ma un modello di vita rivisitato innumerevoli volte nell’esperienza reale e letteraria del medioevo giapponese.