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Cella


pp. 180, 1° ed.
978-88-317-2241-4

«Si pensa alle cose che ci fanno male con lo stesso gusto con cui si ripensa ai piaceri, quel giorno, quella volta. Ci si pensa continuamente, non si riesce a evitare»

Una giovane donna inquieta diventa l’amante di un uomo potente: medico stimato, ricco, impegnato in politica. È la fine degli anni Ottanta e la loro relazione, incentrata su una sessualità ossessiva, talvolta brutale, non manca di dare scandalo in una piccola città in cui i ruoli sono già fissati da sempre, senza nessuna possibilità di riscatto. Dopo che l’uomo si dà alla latitanza per aver curato una brigatista, la donna si rintana in una casa di campagna, da cui esce molto di rado e quasi solo entro il perimetro del suo giardino, sentendo gli altri come presenze minacciose e la figlia stessa come un’estranea. Da questa reclusione volontaria si leva una voce che racconta attraverso continui andirivieni temporali: a tratti incoerentemente e sfiorando il delirio, a tratti in forma nitida, come rivolgendosi a uno psicologo o imitandone il gergo professionale, nello sforzo di dare un ordine e un senso al tutto. Finché in un’altra donna, riservata fino al mistero e alla quale affitterà una stanza, troverà il più improbabile dei rispecchiamenti.
Con Cella, suo terzo romanzo, Gilda Policastro si conferma maestra del narrare il mondo come teatro sadico o scena del patire dove solo l’esercizio ambivalente del potere e l’infelicità degli individui hanno luogo.

Autore

scrittrice e critica letteraria, ha pubblicato  due romanzi: Il farmaco (Fandango, 2010) e Sotto (Fandango, 2013) e libri di poesia tra cui Non come vita (Aragno, 2013). È redattrice della rivista «Allegoria» e ha collaborato coi supplementi letterari de «Il manifesto» e del «Corriere della Sera». Ha pubblicato saggi in rivista e in volume, tra i quali Polemiche letterarie: dai Novissimi ai lit-blog (Carocci, 2012).