James Joyce
Racconto conclusivo e momento epifanico dell'intera raccolta Gente di Dublino, I morti è divenuto un objet de culte a sé stante della narrativa breve novecentesca. Come nei quattordici racconti che lo precedono, è Dublino la vera protagonista, impietosamente e dolorosamente rappresentata nella paralisi culturale e morale dei suoi abitanti e nella fissità claustrofobica dei suoi rituali, dei suoi ideali e dei suoi simboli asfittici. Ed è appunto il più simbolico dei rituali - la tradizionale festa natalizia delle signorine Morkan - che fa da cornice al racconto: una "natura morta" splendidamente dipinta nel dettagliato resoconto degli arrivi e partenze, nell'inventario minuzioso di cibi e bevande, nell'annuncio gridato delle figure della quadriglia e nelle ridondanti formule di benvenuto e commiato che aprono e chiudono la festa. Officiante supremo del rito è Gabriel Conroy, maschera di Joyce, che si muove insofferente e impacciato tra sussiego e disagio, autocompiacimento e insicurezza, alla ricerca di conferme di una identità traballante sul vuoto vertiginoso della propria paralisi e del proprio fallimento interiore. Fino allo struggente e ambiguo finale, quando percepisce nel turbamento improvviso e nella distanza di sua moglie Gretta la presenza di un fantasma del passato e di una frattura tra loro, sempre esistita sotto la superficie dorata del grande amore e della famiglia felice. È il momento di una dolorosa agnizione, e dell'incontro con i Morti - i morti che tornano a minacciare il presente e i morti-vivi del presente, raggelati nelle loro sterili rappresentazioni. Immagini del limite, figure effimere e fluttuanti come i fiocchi di neve che nella notte ricoprono Dublino, l'Irlanda tutta, con i suoi vivi e con i suoi morti.
I morti
a cura di Claudia Corti
Racconto conclusivo e momento epifanico dell'intera raccolta Gente di Dublino, I morti è divenuto un objet de culte a sé stante della narrativa breve novecentesca. Come nei quattordici racconti che lo precedono, è Dublino la vera protagonista, impietosamente e dolorosamente rappresentata nella paralisi culturale e morale dei suoi abitanti e nella fissità claustrofobica dei suoi rituali, dei suoi ideali e dei suoi simboli asfittici. Ed è appunto il più simbolico dei rituali - la tradizionale festa natalizia delle signorine Morkan - che fa da cornice al racconto: una "natura morta" splendidamente dipinta nel dettagliato resoconto degli arrivi e partenze, nell'inventario minuzioso di cibi e bevande, nell'annuncio gridato delle figure della quadriglia e nelle ridondanti formule di benvenuto e commiato che aprono e chiudono la festa. Officiante supremo del rito è Gabriel Conroy, maschera di Joyce, che si muove insofferente e impacciato tra sussiego e disagio, autocompiacimento e insicurezza, alla ricerca di conferme di una identità traballante sul vuoto vertiginoso della propria paralisi e del proprio fallimento interiore. Fino allo struggente e ambiguo finale, quando percepisce nel turbamento improvviso e nella distanza di sua moglie Gretta la presenza di un fantasma del passato e di una frattura tra loro, sempre esistita sotto la superficie dorata del grande amore e della famiglia felice. È il momento di una dolorosa agnizione, e dell'incontro con i Morti - i morti che tornano a minacciare il presente e i morti-vivi del presente, raggelati nelle loro sterili rappresentazioni. Immagini del limite, figure effimere e fluttuanti come i fiocchi di neve che nella notte ricoprono Dublino, l'Irlanda tutta, con i suoi vivi e con i suoi morti.


