Wim Wenders
Partendo dal presupposto che il cinema è anche cultura urbana, Wenders, consegna agli architetti alcuni provocatori messaggi in bottiglia. Ci mette in guardia dagli esiti disneyani indotti da stucchevoli pratiche di restauro: a suo dire, la rovina "si iscrive nella memoria in modo sicuramente più netto di ciò che è intatto. Il disfacimento ha una superficie antisdruccievole, su cui il ricordo può fissarsi". Predica a favore di spazi non pianificati, dove la gente possa esercitare liberamente la propria fantasia; come nei suoi film, dove nulla è prescritto e la storia si forma "anzitutto nella mente degli spettatori". Con l'occasione viene ribaltato anche un ruolo tradizionale nel cinema; secondo Wenders, infatti, l'architettura non fa da sfondo, l'ambiente urbano non è location per un racconto; "Ci sono paesaggi, siano essi città, luoghi deserti, paesaggi montani o tratti costieri, che reclamano a gran voce una storia. Essi evocano le "loro storie", sì, se le creano...possono essere veramente personaggi" e le persone vi appaiono come semplici comparse.
Paolo Federico Colusso, architetto, vive e lavora fra Treviso e Milano, dove ha lo studio. Divide la sua attività tra professione e ricerca, convinto che l'una non sia scindibile dall'altra. Da sempre interessato ai rapporti fra le arti visive e l'architettura, dal 1985 al 1995 ha svolto attività didattica nei corsi di Composizione architettonica presso l'Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Ha pubblicato Le città del cinema: Pier Paolo Pasolini (con F. Da Giau e A. villa, 1995).
Autori

