Opera anomala, divergente dal codice del realismo in cui Keller si radica come assoluto maestro, le Sette leggende nascono come parodia di quelle cattolicheggianti - esaltanti l’ascesa, il sacrificio, la tortura - di un fanatico pastore protestante, Theobul Kosegarten: conversioni che agiscono all’incontrario, una vergine che mette in atto astuzie e travestimenti per aiutare le sue protette a realizzare l’unione con l’amato, diavoli che si trasformano in ninfe, un paradiso in cui risuona il rimpianto per la perduta felicità terrena, madonne che scendono dagli altari, si travestono da cavalieri e combattono contro il diavolo con eccezionale forza fisica. Gravata al suo apparire dal sospetto di iconoclastia e irriverente spirito antireligioso, la raccolta è invece una metafora poetica della vita in terra, descrizione di un mondo gentile sottratto alle leggi della necessità e toccato dalla sorridente grazia del miracolo. Ma i miracoli sono miracoli laici: se Kosegarten, credendo di dare esempi di santità, aveva proposto immagini di mortificazione dell’umano, Keller combatte i dimidiamenti dell’uomo e persegue il sogno feuerbachiano di una umanità che si realizza in una miracolosa pienezza di vita, nel raggiungimento di armonia, felicità e amore. La sua opera più misteriosa, quella in cui con maggiore evidenza si manifesta l’"enigmatica perfezione" di cui parla Benjamin in un suo saggio.

Autore

nasce a Zurigo nel 1819. Spirito ribelle, trascorre la giovinezza in povertà ed emarginazione. Dopo un vano tentativo di affermarsi a Monaco come pittore, il rientro a Zurigo segna il passaggio dalla pittura alla poesia. Un secondo soggiorno in Germania, nel 1848, lo porta in contatto con Feuerbach. Gli anni a Berlino segnano il periodo di maggiore produzione letteraria (prima redazione di Enrico il Verde, primo volume di La gente di Seldwyla). Nel 1855, oberato di debiti, è costretto a rientrare a Zurigo. Per sei anni vivrà senza professione, in grande isolamento. Nel 1861 è nominato primo cancelliere della città di Zurigo. A 57 anni riprende con piena maturità l’attività letteraria (seconda redazione di Enrico il Verde, secondo volume di La gente di Seldwyla, Novelle zurighesi) ottenendo finalmente il riconoscimento del mondo della cultura. Muore nel 1890. Per Zurigo e per la Svizzera è ormai un mito.