Contro le donne (Satira VI)

a cura di
3° ed.
978-88-317-6878-8

Giovenale nasce ad Aquino nel 50 ca. d.C., muore dopo il 127, forse in Egitto. Dopo Lucilio, Orazio e Persio, è l’ultima figura di poeta satirico della letteratura latina. Ha lasciato sedici satire in esametri (3869 versi), preziosa testimonianza sulla vita, i costumi e i vizi dei Romani dell’epoca.

Come riflessa in uno specchio deformante, la relativa emancipazione raggiunta dalla donna romana fra i e ii secolo d.C. appare demonizzata nel verso di Giovenale, che della "depravazione" femminile allestisce un convulso ma potente affresco, in cui le figure si contorcono sotto la spinta di un acre umorismo "nero", di un sarcasmo devastante che insiste sul grottesco delle situazioni, fino ad arrivare a squarci di pathos tragico. In realtà, quel che veramente irrita e disturba Giovenale è lo spazio di libertà conquistato dalla donna a scapito e per colpa di un maschio sempre più debole e "femminilizzato", ma in primo piano appare - grazie a un maligno escamotage di sicuro effetto che, tuttavia, non riesce sempre a dissimulare la sua tendenziosità - il tema della pretesa, disgustosa sfrenatezza sessuale della femmina, rappresentata secondo uno stereotipo che la vuole "animale" di malcerta razionalità e, soprattutto, di potenza sessuale decisamente superiore al maschio: capace di dominarlo in forza di una energia vitale che l’uomo non possiede e che gli incute inquietudine e timore, ora che non è più in grado di arginarla, come invece accadeva in un passato felice, quando la donna viveva relegata nel suo ruolo di "fattrice" di figli e di compagna sottomessa dell’uomo.

Franco Bellandi è docente di letteratura latina presso la Facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Pisa; si è occupato soprattutto di satira latina di età imperiale (Etica diatribica e protesta sociale nelle satire di Giovenale, Bologna 1980; Persio: dai "verba togae" al solipsismo stilistico, Bologna 1988, 2a ediz. aggiornata e ampliata 1996), ma anche del "mito della Vergine" (Dike/Iustitia) in Arato, Cicerone poeta, Germanico (Iustissima Virgo, Pisa 2001), nonché di Catullo, Lucrezio, Mecenate, Virgilio, Orazio, Ovidio, Livio, Anneo Cornuto, e della pretesta Octavia attribuita a Seneca.

Autore

nasce ad Aquino nel 50 ca. d.C., muore dopo il 127, forse in Egitto. Dopo Lucilio, Orazio e Persio, è l’ultima figura di poeta satirico della letteratura latina. Ha lasciato sedici satire in esametri (3869 versi), preziosa testimonianza sulla vita, i costumi e i vizi dei Romani dell’epoca.