Storia di Ochikubo

a cura di
3° ed.
978-88-317-6850-4

Al pari di tante altre opere della narrativa giapponese classica, tuttora ignota è l’identità dell’autore di Storia di Ochikubo. Di certo, a giudicare per lo meno dallo stile e dalla terminologia di molti passi, l’opera fu il frutto della fantasia di uno dei numerosi aristocratici che nel corso della prima metà del periodo Heian (794-1185) produssero letteratura a uso e consumo delle dame di corte di Kyoto. Per molti secoli il romanzo fu attribuito a Minamoto no Shitago (911-983), letterato e poeta il cui nome è legato ad altri due testi del periodo: il Taketori monogatari (Storia di un tagliabambù, inizio x secolo) e l’Utsuho monogatari (Racconto di un albero cavo, fine x secolo). Il più antico manoscritto dell’Ochikubo monogatari esistente è una copia della metà del xv secolo.

Uno dei primi romanzi dell’antica corte di Kyoto e della letteratura giapponese, la Storia di Ochikubo (fine x secolo) narra di un amore a lieto fine con tutti gli ingredienti della favola di Cenerentola. Le vicissitudini della giovane figlia di un Consigliere di Mezzo e di una Principessa imperiale in balia di una perfida matrigna che la relega in una stanza affossata rispetto alle altre (per cui le viene affibbiato il soprannome di Ochikubo), l’incontro con il suo principe azzurro, Michiyori, la fuga e il riscatto sociale, la rappacificazione con matrigna e sorellastre ci sono narrate dalla voce fuori campo dell’anonimo autore attraverso una galleria di figure indimenticabili che compaiono attraverso cortine di bambù, tende e paraventi, tra il fruscio di colorate vesti di seta. La storia è resa più avvincente e più nuova dalla lunga vendetta portata avanti da Michiyori, che disorienta la famiglia di Ochikubo colpita da una serie di sventure apparentemente inesplicabili, con un susseguirsi di colpi di scena, ora patetici ora grotteschi. Un’opera di fondamentale importanza per la conoscenza dell’antico Giappone.

Andrea Maurizi, laureato in lingua e letteratura giapponese presso l’Università degli studi di Roma "La Sapienza", insegna lingua e letteratura giapponese all’Università degli studi di Cagliari. Per Marsilio ha tradotto Yes, yes, yes di Hisao Hiruma (1997).

 

 

 

Autore

Nessuna fondata identificazione - dopo quelle del tutto inattendibili del passato - è stata possibile per l’Anonimo veneziano autore di questo solitario capolavoro, presumibilmente opera di un dilettante di teatro che avrebbe sceneggiato la vicenda legata a due nobildonne della famiglia Valier. Forse a partire da un perduto testo narrativo del più spregiudicato novellatore di tradimenti coniugali femminili della letteratura veneziana coeva, celebrato dall’Ariosto e dal Castiglione: Giovan Francesco Valier, patrizio senza privilegio, impiccato come spia dei francesi nel 1542, la cui memoria fu consegnata all’oblio e la cui produzione letteraria fu dispersa. In calce all’unico manoscritto che trasmette la commedia resta solo il nome di uno sconosciuto Girolamo Zarotto, per il quale si potrebbe pensare a un attore dilettante probabilmente incaricato della copiatura del testo da parte del patrizio Stefano Magno.