fbpx

Sotto la foresta di ciliegi in fiore

e altri racconti
a cura di

pp. 156, 2° ed.
978-88-317-5948-9
I quattro racconti qui presentati, scritti tra il 1938 e il 1952, si collocano a metà strada fra leggenda e allegoria, ma al di là della presenza di esseri soprannaturali e delle convenzioni che permettono di collocarli nel «modo» fantastico di intendere la letteratura, essi condividono una tesi di fondo: la solitudine totale, irrecuperabile dell’uomo. Nel racconto Sotto la foresta di ciliegi in fiore, di questa solitudine si fanno simbolo visibile gli alberi fioriti, bellissimi e misteriosi, capaci di offuscare la mente umana e di ridurla alla disperazione con l’angoscioso silenzio che regna sotto i loro rami. Al fascino inquietante e distruttivo dei ciliegi fa da contrappunto la bellezza assoluta e perversa della donna, la sua familiarità con la morte, l’equazione, subito percepibile, che si viene a creare fra il suo sorriso e il gelo che si stende implacabile sotto gli alberi di ciliegio in pieno rigoglio. Nei quattro racconti, una straordinaria forza immaginativa si mescola con il gusto per il grottesco e il macabro, l’innocenza diviene perversione, la bellezza mostruosità demoniaca, l’annientamento unica possibilità di sollievo alla disperazione.

Autore

(1906-1955), considerato portavoce di quella corrente di giovani intellettuali emersi dalla desolazione della guerra, iconoclasti e trasgressivi, nasce a Niigata, nel nord del Giappone, e nel 1922, dopo un’adolescenza disordinata e ribelle, si trasferisce a T¯oky¯o, dove inizia la sua carriera letteraria con una serie di racconti che privilegiano elementi grotteschi e irrazionali. Se le prime opere, ambiziose, difficili, talvolta oscure, non ottengono inizialmente grande accoglienza né da parte della critica né del pubblico, durante la guerra del Pacifico e poi negli anni immediatamente successivi alla sconfitta del Giappone, i suoi saggi anticonformisti e lucidamente provocatori, che si schierano contro ogni elogio della tradizione e dello «spirito» giapponese, suscitano un’ondata di entusiasmo, collocando l’autore fra le voci più rappresentative e originali del dopoguerra. Il successo ottenuto, che si estende rapidamente anche ai suoi racconti, tutti pervasi da una concezione pessimistica e nichilista dell’esistenza umana, non incide sulla sua vita eccentrica e disordinata, accentuandone anzi le stravaganze e il gusto per la provocazione. La necessità di lavorare a un ritmo sostenuto, l’uso di eccitanti e di sonniferi, l’inveterato abuso di bevande alcoliche hanno effetti disastrosi sulla sua salute già precaria, che tuttavia non gli impediscono di continuare a scrivere a ritmo serrato saggi, racconti polizieschi, commenti su fatti di cronaca, romanzi storici, senza concedersi un attimo di tregua fino alla morte, avvenuta nel 1955 a quarantanove anni.