La Veniexiana

a cura di

pp. 176, 2° ed.
978-88-317-5903-8
Scoperta e pubblicata nel 1928 da Emilio Lovarini, La Veniexiana, di anonimo, è subito apparsa come il frutto più cospicuo e straordinario del teatro cinquecentesco, non solo italiano. L’azione, semplice e lineare, si tinge dei colori di uno sconvolgente erotismo, sullo sfondo di una Venezia intensamente intrisa, nelle sue calli e nei suoi canali e all’interno dei suoi palazzi, della malinconia della passione. I personaggi sono sbalzati con rara forza espressiva, soprattutto quelli femminili, ritratti con straordinario realismo: sì che grandi attrici hanno voluto misurarsi impersonando in scena la vedova smaniosa d’amore e spaurita dall’incalzare del tempo. L’annotazione di Giorgio Padoan, che con ricerche d’archivio è riuscito a datare la commedia e addirittura a identificare le protagoniste in due nobili Valier, restituendo certe tinteggiature aretinesche, rivela nel testo una sorprendente puntigliosa esattezza di particolari, reintegrando i primitivi vivi colori che la polvere del tempo aveva stinti. E per la prima volta sono qui inseriti anche i componimenti che venivano cantati come intermezzi.

Autore

Nessuna fondata identificazione - dopo quelle del tutto inattendibili del passato - è stata possibile per l’Anonimo veneziano autore di questo solitario capolavoro, presumibilmente opera di un dilettante di teatro che avrebbe sceneggiato la vicenda legata a due nobildonne della famiglia Valier. Forse a partire da un perduto testo narrativo del più spregiudicato novellatore di tradimenti coniugali femminili della letteratura veneziana coeva, celebrato dall’Ariosto e dal Castiglione: Giovan Francesco Valier, patrizio senza privilegio, impiccato come spia dei francesi nel 1542, la cui memoria fu consegnata all’oblio e la cui produzione letteraria fu dispersa. In calce all’unico manoscritto che trasmette la commedia resta solo il nome di uno sconosciuto Girolamo Zarotto, per il quale si potrebbe pensare a un attore dilettante probabilmente incaricato della copiatura del testo da parte del patrizio Stefano Magno.