Novelle per Marzia Leonarda

a cura di , traduzione di
2° ed.
978-88-317-5571-9
Nella smisurata produzione di Lope de Vega, le Novelle per Marzia Leonarda, preziosa prova per qualsiasi letterato, rischiano di passare quasi sotto silenzio. Eppure esse appaiono interessanti per molti motivi. Innanzi tutto per lo sperimentalismo cui Lope è sempre sensibile: egli prova infatti qui la sua versatilità su un tipo di scrittura venuto dall’Italia e che si andava acclimatando in Spagna. Poi per la tessitura teorica, per la riflessione sul raccontare, struttura portante del testo, che viene sostenuto dall’apostrofe diretta e affettuosa a Marzia Leonarda, trasparente pseudonimo letterario dell’ultimo e drammatico amore di Lope, Marta de Nevares.
L’opera viene presentata per la prima volta in Italia in una traduzione che tenta di salvarne i registri letterari alti, allusi ed elusi da Lope, e nello stesso tempo di renderne la piena leggibilità. Si è anche provveduto a un controllo dei passi dubbi sulle edizioni principes, restituendo letture corrette e talora sanando luoghi corrotti. Il commento poi tenta di accompagnare le quattro novelle, indubbiamente non facili nella loro falsa ingenuità, con una analisi al microscopio, per rilevare passo per passo motivi, digressioni, apostrofi, rotture.

Lope de Vega (1562-1635) si impone già ai contemporanei come una leggenda vivente: chiamato «prodigio della natura», «Fenice degli ingegni», ogni cosa che esce dalla sua penna viene giudicata eccellente, tanto che il detto «pare di Lope» si codifica in forma proverbiale a indicare la perfezione. Con le sue 1400 commedie - 1800 secondo un’altra fonte, ce ne restano comunque più di 400 - poteva ben a diritto essere considerato re indiscusso dei teatri (colui che si era impadronito della «Monarchia comica», come con una certa amarezza dice Cervantes). Ma la sua produzione comprende anche 400 autos, componimenti teatrali di tipo religioso, spesso in lode del sacramento dell’Eucaristia, 45 libri poetici e un buon numero di opere in prosa, iscrivibili nei diversi «generi» seicenteschi. Un corpus testuale che rivela un grande magistero letterario e teatrale, e che meriterebbe di essere meglio conosciuto in Italia.

Maria Grazia Profeti insegna letteratura spagnola presso l’Università di Firenze. Si è occupata di teatro barocco con monografie, testi critici, bibliografie (Lope de Vega, Pedro Calderon de la Barca, Tirso de Molina, Luis Vélez de Guevara, Juan Pérez de Montalban, Francisco Rojas Zorrilla, Augustin Moreto e altri), dell’opera poetica di Francisco de Quevedo, della generazione del ’27 (Federico Garcia Lorca, Luis Bunuel), di rapporti interculturali (la commedia barocca spagnola nell’Italia del Seicento), di scrittura sulla moda.

Paola Ambrosi insegna letteratura spagnola all’Università di Verona. Si è occupata soprattutto di teatro barocco e di Modernismo. Ha tradotto La testa del drago e Il defunto va di gala di R. del Valle-Inclan e Il sangue di Antigone di J. Bergamin; di questo autore ha pubblicato recentemente il suo Teatro de Vanguardia (Una nocion impertinente).


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(1562-1635) si impone già ai contemporanei come una leggenda vivente: chiamato «prodigio della natura», «Fenice degli ingegni», ogni cosa che esce dalla sua penna viene giudicata eccellente, tanto che il detto «pare di Lope» si codifica in forma proverbiale a indicare la perfezione. Con le sue 1400 commedie - 1800 secondo un'altra fonte, ce ne restano comunque più di 400 - poteva ben a diritto essere considerato re indiscusso dei teatri (colui che si era impadronito della «Monarchia comica», come con una certa amarezza dice Cervantes). Ma la sua produzione comprende anche 400 autos, componimenti teatrali di tipo religioso, spesso in lode del sacramento dell'Eucaristia, 45 libri poetici e un buon numero di opere in prosa, iscrivibili nei diversi «generi» seicenteschi. Un corpus testuale che rivela un grande magistero letterario e teatrale, e che meriterebbe di essere meglio conosciuto in Italia.