Tre quarti di dollaro dorati

a cura di , introduzione di
2° ed.
978-88-317-5519-1
I racconti di Zora Neale Hurston, riuniti in questa raccolta, scandiscono tre tempi della sua opera che,
intessuta nel linguaggio del «parlare nero», consegna alla storia del moderno il nuovo canone dell’intreccio fra etnia e sperimentalismo, tra femminile e appartenenza razziale. Sono tre modi di raccontare la battaglia dei sessi e del colore: nel Sud degli Stati Uniti, dove la Hurston ricerca le proprie radici folkloriche, nel dominio della presenza ossessiva di un serpente a sonagli, si consuma al rallentatore la muta tragedia di una moglie svilita; nel segno quasi magico di una moneta di oro falso sono evocati toni di ironia nell’inganno che fa sognare un’altra moglie, questa volta una Alice nel paese delle meraviglie del sesso. A Harlem, luogo del rinascimento culturale di un popolo, la stessa battaglia si inscena come una farsa, o come un prolungarsi delle dissonanze jazz nel triangolo delle voci di neri inurbati, i cui pirotecnici giochi verbali tradiscono per eccesso la realtà del ghetto dietro la maschera della sofisticazione urbana. Sono tre permutazioni espressive della vitalità anticonformista di una donna intellettuale di colore nel primo Novecento, la quale di sé disse: «Sono stata nera tre volte».

Marisa Bulgheroni è scrittrice e studiosa di letteratura americana. Ha pubblicato vari saggi sulle narratrici moderniste tra i quali Coscienza e scrittura femminile in Modernismo/modernismi (1991). Ha curato Tutte le poesie di Emily Dickinson (1997), a cui ha anche dedicato la biografia Nei sobborghi di un segreto (2001).

Chiara Spallino si occupa di teoria e didattica della traduzione, di lessicografia e di letteratura afroamericana. Ha scritto saggi sulla letteratura afroamericana e sulla teoria della traduzione. Con Roberto Cagliero ha pubblicato Dizionario di slang americano (2005) e ha tradotto testi di Jack Kerouac, Louise May Alcott, Evelyn Scott, Jeanette Winterson.

Zora Neale Hurston (1891-1960), sin dagli esordi s’interroga sulla propria identità di donna
e di afroamericana. Seguendo il suo interesse per il folklore, studia antropologia alla Columbia
University, a New York, dove conosce i protagonisti della Harlem Renaissance. I primi racconti, come
del resto Jonah’s Gourd Vine, il primo romanzo (1934), sono fedeli ai canoni del movimento, nelle atmosfere esotiche e nel linguaggio metaforico, modellato sulla parlata dei neri. Ritornata nel sud, luogo privilegiato della sua immaginazione, scrive I loro occhi guardavano Dio (1937), l’opera in cui
più felicemente riesce a trasferire sulla pagina l’incanto della tradizione orale. La storia di Janie, giovane nera alla ricerca di se stessa, acquista forza e legittimazione dal linguaggio in cui è narrata, non più soltanto «esotico» o «antropologico», ma funzionale alla struttura del testo. Considerata a lungo un personaggio scomodo, ribelle alle convenzioni del femminile sia bianche che nere (come testimonia l’autobiografia Dust tracks on a road, 1942), Zora vivrà gli ultimi anni della vita nel più completo oblio, morendo in povertà e solitudine. Di recente riscoperta dal pubblico e dalla critica, riceverà postumo il tributo di tutta una generazione di scrittrici afroamericane che riconosceranno in lei la loro «antenata», raccogliendone la sfida ideologica e proseguendone la ricerca estetica.

Autore

(1891-1960), sin dagli esordi s’interroga sulla propria identità di donna e di afroamericana. Seguendo il suo interesse per il folklore, studia antropologia alla Columbia University, a New York, dove conosce i protagonisti della Harlem Renaissance. I primi racconti, come del resto Jonah’s Gourd Vine, il primo romanzo (1934), sono fedeli ai canoni del movimento, nelle atmosfere esotiche e nel linguaggio metaforico, modellato sulla parlata dei neri. Ritornata nel sud, luogo privilegiato della sua immaginazione, scrive I loro occhi guardavano Dio (1937), l’opera in cui più felicemente riesce a trasferire sulla pagina l’incanto della tradizione orale. La storia di Janie, giovane nera alla ricerca di se stessa, acquista forza e legittimazione dal linguaggio in cui è narrata, non più soltanto «esotico» o «antropologico», ma funzionale alla struttura del testo. Considerata a lungo un personaggio scomodo, ribelle alle convenzioni del femminile sia bianche che nere (come testimonia l’autobiografia Dust tracks on a road, 1942), Zora vivrà gli ultimi anni della vita nel più completo oblio, morendo in povertà e solitudine. Di recente riscoperta dal pubblico e dalla critica, riceverà postumo il tributo di tutta una generazione di scrittrici afroamericane che riconosceranno in lei la loro «antenata», raccogliendone la sfida ideologica e proseguendone la ricerca estetica.