Il borghese di ventura

prefazione di

pp. 176, 1° ed.
978-88-317-1719-9
Un giovane ebreo, cha la minaccia delle leggi razziali sottrae alla protezione di una famiglia borghese in una città tranquilla, inizia la propria educazione alla vita all'insegna di una condizione che lo perseguita. Un romanzo che è insieme un affresco dell'Italia del periodo successivo all'8 settembre 1943, e la storia di un esilio.

Autore

è nato il venticinque ottobre millenovecentoventitre a Torino dove vive e lavora ma lavorare non è esatto e neanche vivere…” questo è l’attacco di uno scritto di Mario Lattes intitolato“Scheda” . Ci sono un nome e una data certa messi avanti a testimoniarne l’identità anagrafica e la presenza di un tempo ma c’è anche un’attività che non è propriamente lavoro e una vita che all'autore non sembra esatto definire tale.  Mario Lattes è un artista torinese sincero con se stesso e con i suoi lettori di cui mai si burla nascondendosi dietro a parole ambigue e ad apparenze. Non c'è in Lattes alcun desiderio di abbellire la realtà o di fermarsi all’opinione che conviene condividere per assicurarsi una spensierata vita d'inganni. Mario Lattes non nasconde le stonature della vita, la mancanza di senso, le macerie che l’esperienza lascia dietro di sé. La franchezza spietata che lo contraddistingue è la chiave della simpatia e della comprensione che il lettore sente per i personaggi dei suoi romanzi, uomini apparentemente inseriti nella società ma di cui scopriamo i dolori, le nostalgie e l’infinita ironia.  Ciò che ha sempre contraddistinto l'intera opera di Mario Lattes è la rivendicazione della propria libertà. Nel 1957 compare su La Tartaruga / Il Milione un articolo “Fenomenologia di un decadente. Mario Lattes: homo ludens” che ben ci illumina a tal proposito: Essere decadente pare come “solo modo di opporsi ai moralismi di chi non sopporta che il dialetto, ai “richiami all’ordine” alla “tetraggine” degli “impegni” mentre il solo impegno possibile è quello di verificare incessantemente il nostro limite senza porcene alcuno. Esser decadente è un modo di essere libero. Libero di cosa? Libero soprattutto di ritrovare il valore del gioco: ciò ch’è poi assai più serio che non si creda”