Benito Cereno

a cura di

pp. 416, 1° ed.
978-88-317-1223-1
Una storia di mare e di schiavitù, pervasa da foschi timori per una umanità alla deriva, per la sorte che attende lo schiavo come il  padrone. In Benito Cereno Herman Melville attraversa, prima di Joseph Conrad,  la  zona d’ombra della coscienza occidentale affidandosi all’esile trama degli ultimi giorni di un ammutinamento, indugiando sulla ferocia dell’oppresso e, ancor più, sul grigiore dell’apatia o della cecità dell’oppressore.  In un crescendo di tensione mai risolta tra il bene e il male, nella premonizione dell’insufficienza della giustizia terrena. Melville sfida il lettore a immergersi in un «labirinto di senso», come scrive Luigi Ballerini nell’introduzione a questo capolavoro, da lui curato e tradotto con straordinaria maestria, consapevole delle ambiguità e degli splendori  della prosa melvilliana.

Autore

(1819-1891), autore di Moby Dick (1851) - un  classico della letteratura mondiale -, ebbe in vita grande successo con racconti di mare come Taipi (1846) e Omoo (1847), ma solo nel secolo scorso le sue opere maggiori - inclusi i Racconti della veranda (1856), tra cui Benito Cereno -, furono accolte a fondamento del canone ottocentesco della letteratura americana. Scrittore e poeta, nella sua lunga e tormentata vita fu marinaio, agricoltore e infine impiegato della dogana di New York, dove, da assiduo lettore, frequentava la biblioteca pubblica e, pur disilluso, non abbandonava la scrittura, come dimostrano le poesie raccolte in John Marr e altri marinai (1888) e Timoleon (1891), nonché l’ultimo capolavoro pubblicato postumo, Billy Budd (1924).