Gabriello Chiabrera

Gabriello Chiabrera(Savona, 1552-1638), dopo gli anni giovanili della formazione romana presso il collegio gesuitico e le corti cardinalizie, viaggia lungamente e stringe rapporti con le corti più in vista del suo tempo - Firenze, Torino, Mantova -, con la Repubblica di Genova e, negli anni tardi, la Roma barberiniana. Come testimonia nella sua Vita, egli è il poeta della sperimentazione di nuovi modi e di nuove maniere, raccogliendo l’eredità di un Cinquecento inquieto italiano e francese e promuovendo un nuovo classicismo, ora disimpegnato, ora grave, che i posteri sentiranno come alternativo alla cifra mariniana. Frequenta tutti i generi poetici offrendo di sé un ritratto diviso tra il poeta epico-eroico (pubblica almeno tre poemi, tra cui l’Amedeide del 1620, canzoni eroiche e sacre, poemetti sacri e profani e canzoni pindariche) e il poeta di cose leggere (canzonette, scherzi, versi bacchici) ponderate poi nella più tarda vena oraziana dei Sermoni. Intensa anche la sua produzione teatrale che lo vede tra i protagonisti, col Rapimento di Cefalo, delle nozze fiorentine di Maria de’ Medici nel 1600. Raccoglie le sue poesie in tre ampie raccolte d’autore (1605-1606, 1618-1619, 1627-1628) e supporta le sue scelte metriche nei maturi Dialoghi dell’arte poetica.
Il suo epistolario, con più di cinquecento lettere inviate al pittore Bernardo Castello, all’amico Pier Giuseppe Giustiniani e ai signori del suo tempo, è il ritratto di un intellettuale disincantato e ugualmente fiducioso nel ruolo futuro della poesia.

I libri dell’autore