Una modesta proposta

a cura di

pp. 88, 1° ed.
978-88-317-2253-7
Una modesta proposta (1729), la più celebre satira in lingua inglese, fu composta da Jonathan Swift a sessantadue anni ma con il medesimo spirito provocatorio e politicamente scorretto dei suoi scritti giovanili. Questa volta a scuotere la "furibonda indignazione" dello scrittore satirico più scomodo del '700 sono le intollerabili condizioni di miseria in cui versa l'Irlanda a causa dello sfruttamento colonialista dei governanti inglesi. Con il linguaggio impassibile dei teorici dell'utilitarismo, l'anonimo autore del pamphlet propone la soluzione economicamente più vantaggiosa per capitalizzare la prolificità degli irlandesi: mettere in vendita i loro figli più grassi che, cucinati in vario modo, forniranno squisite pietanze ai ricchi. Si combatteranno così anche sovrappopolazione e disoccupazione, mentre i più poveri risparmieranno, contribuendo altresì al benessere economico dell'intera nazione. I connazionali capirono perfettamente che il brutale sarcasmo non era diretto contro i derelitti e i mendicanti che riempivano le strade di Dublino, ma contro i politici inglesi e la loro spietata logica del profitto, e acclamarono Swift come patriota. Accomunato alla grande tradizione dissacratoria di Rabelais e Voltaire, questo classico della letteratura satirica imbastisce una parodia sconcertante e paradossale sull'iniquità delle discriminazioni sociali e sull'asservimento dell'etica al sistema economico. Un testo attualissimo, lucido e terribile, di letteratura politica, di cui presentiamo una nuova edizione italiana tradotta e annotata con cura impeccabile e appassionata.

Autore

(1667-1745) nasce a Dublino da genitori protestanti di origine inglese. Nel 1689 si reca in Inghilterra, dove lavora come segretario del diplomatico William Temple, e conosce Esther Johnson, che diventerà la sua "Stella" e la donna più importante della sua vita. Intrapresa la carriera ecclesiastica, torna in Irlanda, dove è nominato decano della cattedrale di St Patrick a Dublino. Ma è irresistibile il richiamo della scena politica e culturale londinese, che lo vede rapidamente diventare una figura pubblica influente e controversa. L'irriverenza corrosiva e soprattutto il successo dei suoi scritti più famosi, La favola della botte, La battaglia dei libri, I viaggi di Gulliver e le Lettere del drappiere, gli alienano i favori della Corte e dei suoi ministri più potenti. Vistasi precludere la nomina a vescovo, si rassegna deluso all'esilio in Irlanda ma non alle sue battaglie polemiche e scrive coraggiosi libelli antibritannici a difesa dei diritti del suo Paese, che pure non ama. All'età di 75 anni la sua meravigliosa lucidità è «del tutto smarrita». Muore pressoché privo di parola pochi anni dopo e viene sepolto nella sua cattedrale, accanto a Stella.