La carriera delle maschere nel teatro di Goldoni, Chiari, Gozzi
Tre capitoli più un prologo e un epilogo per illustrare vita, trasformazioni e significati delle maschere della commedia dell'arte nel teatro veneziano del XVIII secolo. Arlecchino e Brighella, Pantalone e il Dottore, la Servetta e il Giovin Signore interpretati, scritti e adoperati da tre diversi uomini di teatro, lontani l'uno dall'altro per ideologia, gusto e programmi. Su tutti Carlo Goldoni (1707-93) con la sua idea di 'Riforma', cioè di dare una nuova struttura e una nuova sostanza al teatro, di legarlo alla società, di portare in scena il Mondo, facendo sì che il pubblico finalmente si riconosca in quel Mondo rappresentato dagli attori. Contro di lui, su posizioni conservatrici si schiera Carlo Gozzi (1720-1806) alfiere del teatro come strumento di incultura, fautore della scena per la scena, della 'Fiaba' fine a se stessa che deve soltanto divertire; letterato purista che si impresta al teatro che "non è specchio - come diceva suo fratello Gaspare - ma lente artifiziosa della lanterna magica". Tra i due, Pietro Chiari ( 1712-85), il meno estroso, il più attento a soddisfare il suo pubblico senza ambizioni di Riforma o Controriforma, che "riduce il Teatro all'armamentario del teatro", come nota Momo. È il difensore d'ufficio delle maschere, contro Goldoni e Gozzi che, ciascuno a suo modo, le portano per mano a morire.
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