Hermann Hesse
a cura di Mario Specchio
Scritto in due riprese, tra il 1908 e il 1915, anno della pubblicazione, il racconto Tre storie dalla vita di Knulp delinea con tratti nitidi e sottili un personaggio chiave nell'opera di Hesse, quello del vagabondo, discendente del viandante romantico, senza patria e senza stabili legami, perdigiorno e buono a nulla se osservato nell'ottica dei borghesi e sedentari, eppure inquieto e inquietante nell'essere instancabile messaggero di libertà e di nostalgia protesa ai miraggi del sogno e dell'impossibile. La figurina di Knulp, il cui sorriso anticipa la grazia malinconica dei vagabondi chapliniani, regna sovrana sulla via maestra, nel bosco e nei villaggi dove le sue rapide apparizioni squarciano le nubi della monotonia come una folata, morbida e improvvisa, di vento primaverile. Ma Knulp è mosso anche da un istinto tenace che lo spinge alla ricerca del passato, egli insegue, protetto da una maschera di gaia spensieratezza, il profilo sfuggente della memoria e dell'infanzia. La lancinante malinconia dell'ultimo capitolo mette a nudo una filigrana sfaccettata e complessa nel nucleo apparentemente omogeneo del vagabondo, proiettandone l'ombra, dal versante romantico originario, nella più frastagliata problematicità delle opere maggiori dove il personaggio del viandante-vagabondo incarnerà l'ansia di una ricerca assoluta, profetica e «sacra». Di tale centralità il racconto esprime l'acre e dolce dissonanza attraverso una gamma di modulazioni timbriche nelle quali si addensano e si dissolvono i colori delle stagioni, l'effimero sapore della gioia e la spina bruciante dei rimpianti. Tutto registrato su una pagina di calendario, bianca come la neve, dove l'arco fuggevole di un anno non sopravanza la linea della vita.
Knulp
Tre storie dalla vita di Knulpa cura di Mario Specchio
Scritto in due riprese, tra il 1908 e il 1915, anno della pubblicazione, il racconto Tre storie dalla vita di Knulp delinea con tratti nitidi e sottili un personaggio chiave nell'opera di Hesse, quello del vagabondo, discendente del viandante romantico, senza patria e senza stabili legami, perdigiorno e buono a nulla se osservato nell'ottica dei borghesi e sedentari, eppure inquieto e inquietante nell'essere instancabile messaggero di libertà e di nostalgia protesa ai miraggi del sogno e dell'impossibile. La figurina di Knulp, il cui sorriso anticipa la grazia malinconica dei vagabondi chapliniani, regna sovrana sulla via maestra, nel bosco e nei villaggi dove le sue rapide apparizioni squarciano le nubi della monotonia come una folata, morbida e improvvisa, di vento primaverile. Ma Knulp è mosso anche da un istinto tenace che lo spinge alla ricerca del passato, egli insegue, protetto da una maschera di gaia spensieratezza, il profilo sfuggente della memoria e dell'infanzia. La lancinante malinconia dell'ultimo capitolo mette a nudo una filigrana sfaccettata e complessa nel nucleo apparentemente omogeneo del vagabondo, proiettandone l'ombra, dal versante romantico originario, nella più frastagliata problematicità delle opere maggiori dove il personaggio del viandante-vagabondo incarnerà l'ansia di una ricerca assoluta, profetica e «sacra». Di tale centralità il racconto esprime l'acre e dolce dissonanza attraverso una gamma di modulazioni timbriche nelle quali si addensano e si dissolvono i colori delle stagioni, l'effimero sapore della gioia e la spina bruciante dei rimpianti. Tutto registrato su una pagina di calendario, bianca come la neve, dove l'arco fuggevole di un anno non sopravanza la linea della vita.
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